Il coinquilino di merda – Rome edition. Episodio 1: la camera da letto.

La possibilità di incontrare un coinquilino di merda, a Roma, è direttamente proporzionale al numero di volte in cui il romano medio si chiede cosa fa la Raggi. Benvenuti nel mondo di chi cerca una stanza in affitto a Roma.

Il primo coinquilino di merda che si incontra è indubbiamente la propria casa. Perché essere fuori sede, a Roma, vuol dire pagare cifre astronomiche per vivere in tuguri che se lo sapesse il Tribunale de L’Aja smetterebbe di incularcisi per la condizione delle carceri e comincerebbe a impanarci il culo nella sabbia per dove facciamo vivere gli studenti.

Parlo per il Tuscolano. Dunque, al Tuscolano dev’essere avvenuta un’esplosione nucleare all’inizio degli anni ’60, quando tutti i proprietari di casa hanno abbandonato il quartiere. Il tempo si è fermato. E solo ora hanno deciso di rientrare in quei cubicoli di polvere e dolore. Anzi, di farci entrare ignari studenti.

La casa di merda d’ordinanza ha la carta da parati di vellutino alle pareti, in pieno stile Soviet. Non si può levare, perché ospita acari d’epoca che impreziosiscono il salotto trasformato in camera da letto. Ambiente privato, debitamente separato dal resto della casa con una tenda fissata alle pareti con due puntine. L’ex salotto di casa con “terrazzo di pertinenza” viene affittato come “stanza più bella della casa”, in genere a un prezzo che va dai 400 ai 500 euro. I quadri alle pareti piacevano tanto a pòra nonna, non si possono toccare che sono anche di inestimabile valore. Al mio falegname non servirebbero nemmeno 30.000 lire, per farli meglio, quei quadri. Nella stanza singola è compreso un letto, una scrivania e un armadio di IKEA. Tutto d’ordinanza, le case demmerda sono tutte uguali.

Lo riconoscete? È l’armadio che è in tutte le stanze affittate agli studenti. Il più micragnoso di tutti. Con quelle ondine del cazzo che vi giuro erano nel pollaio dell’orto che confinava con quello di mio nonno. Le ante che dopo 4 aperture si trasformano in vasistas. Ha la capienza di una pochette da matrimonio che non ti ci entrano nemmeno le sigarette. Se ti ci entrano, non ci entra il telefono. Se ci entra il telefono, non ci entrano le chiavi della macchina.  La prima serie di mobili IKEA pensata per i morti di fame che lucrano sull’operaio che vuole il figlio dottore. E pensi che ambiente ne può venir fuori! 

Perché l’armadio horribilis è la cosa più accettabile della tua meravigliosa stanza singola pagata un patrimonio. È un coinquilino di merda, l’armadio, ma di quelli che ogni tanto ti stanno simpatici. Poi c’è la cassettiera de pòra nonna. Rigorosamente finto stile Luigi Filippo. Massiccia, brutta e in formica, con piano di finto marmo e tarli. Ci sono talmente tanti tarli in quei mobili orribili che probabilmente ormai la formica si regge sui cadaveri dei tarli defunti e non più sul legno. Crunch crunch crunch tutta la notte. Letti di segatura che manco in casa di Geppetto. Eh, ma è di inestimabile valore. Finisce che non ci metti nemmeno i vestiti, perché quando estrai le mutande temi che siano impregnate di malattie veneree di altre epoche. Poi che ne so che mestiere faceva pòra nonna. 

Ma passiamo al letto. Singolo o matrimoniale? Singolo de quanno mi fijo era piccolo, che tesoro, ha sofferto di enuresi fino agli 11 anni. Ma il materasso era ancora bbòno. Materassi alla maniera sempre attuale dell’ordine francescano: un po’ di paglia in un angolo che tanto alle 5 ti alzi per farti 7 ore di mezzi pubblici e arrivare a lezione in ritardo. Quando dicono “collegatissimo”, non c’è corrispondenza tra il superlativo assoluto e un minor tempo di percorrenza. Per i romani, anche Oslo è collegatissima con Roma, perché c’è Ryanair.
Il materasso matrimoniale nelle stanze singole affittate agli studenti è una sorta di figura mitologica, a metà tra lo yeti e Mister OK. C’è chi dice che si mostri una volta all’anno, chi sostiene fermamente che esista, chi è certerrimo della sua inesistenza. Io vi dico: esiste, se ve lo comprate. Io ce l’ho, ma me lo sono comprato. Altrimenti state sicuri che il vostro letto matrimoniale è composto di due materassi singoli tenuti insieme da un copri materasso matrimoniale, giallognolo, con l’elastico cotto. Rigorosamente di due altezze diverse. Ho già detto rete a molle? Rete a molle. Immancabile poi, il comodino anni ’90 sempre della cameretta del figlio. Nella migliore delle ipotesi è sempre di formica arricciata ai bordi, nella peggiore delle ipotesi è blu da maschietto o rosa da femminuccia.
Lo specchio è IKEA, ondulato, e appeso al muro storto dal precedente inquilino, e per tutta la tua carriera universitaria ti specchi come Michael Jackson in Smooth Criminal.

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Ma passiamo agli optional. Nella maggior parte delle ipotesi, avrete le pareti tinte di colori eliminati dai pantoni internazionali mediante risoluzioni NATO. La mia stanza è blu ospedale psichiatrico, per esempio. Sarebbe blu oltremare, ma nessuno ha detto ai precedenti fenomeni che la vernice andava diluita. Quindi ho la stanza blu da maschietto, tinta che si abbina indecorosamente coi miei manifesti anarchici rossi e neri e mi ricrea un effetto derby di San Siro che ne vale la pena.
Secondo altre statistiche, avrete le pareti crivellate da martellate prive di qualsiasi fondamento logico, trigonometrico o cartesiano. Quindi o ammazzavano le zanzare a martellate, oppure il precedente inquilino era Thor. La presenza di mensole, che allo studente fuorisede fa l’effetto accavallamento di gambe di Sharon Stone, è opzionale. Di solito sono mensole di IKEA montate con la pendenza della salita del Monte Grappa al giro d’Italia. Non ci si ferma nemmeno la polvere.

E la vista. Lo sfumato leonardesco, il vago e l’indefinito di Leopardi dovrebbero abbassare la cresta di fronte alle palazzine scalcinate di questa via: i palazzi sono distanti giusto quanto basta per far parcheggiare una macchina in doppia fila. E si crea una sorta di sinergia tra dirimpettai. Io ho un rapporto catartico con il Signore che caga, cui dedicherò la mia prossima raccolta di poesie. È il mio dirimpettaio, la prima cosa che vedo alla mattina e l’ultima che vedo alla sera. Sulla sessantina, riconoscerei il suo profilo dalla fronte corrucciata in mezzo a migliaia. Chissà se legge solo la Gazzetta dello sport o se su quel piccolo ripiano ci sono anche dei libri. Chissà come ti chiami, Signore che caga, se esisti davvero o solo nei miei sogni.

Continuate la vostra forsennata ricerca di un tetto, e tenetevi pronti alla descrizione della seconda stanza!

Nel frattempo, garantitevi la sopravvivenza conquistando l’uomo della vostra vita. Assicuratevi che abbia una casa di proprietà e che non sia un morto di fame come Cialis. Ma che almeno ci sia simpatia.

 

 

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