Grezzate #6 – L’olio idratante

olio idratante

Senza nemmeno sapere come ci fossi arrivata, mi sono ritrovata a vagare per casa, gambe e braccia larghe alla Uomo Vitruviano, alla ricerca di correnti d’aria. In biancheria intima e con un asciugamano avvolto in testa, unta e bisunta di olio idratante da capo a piedi. Ma non ero sola in quella situazione, contrariamente a quanto credessi: qualcuno aveva visto tutto.

Ho un rapporto piuttosto controverso con i prodotti di bellezza e per la cura del corpo. Mi trucco di rado, specie in estate, e non mi strucco mai. Mai tinta i capelli, qualche volta in passato ho fatto i colpi di sole, e la parrucchiera mi vede da 11 anni non più di 3 volte l’anno, se non anche solo 2. Ho una relazione conflittuale anche con la crema depilatoria, come saprete già. E detesto la sensazione di umido che lasciano le creme idratanti appena spalmate, che sia in faccia, sui talloni o sulle mani. Dopo questa descrizione penserete che sia un cesso con la chioma grigio topo composta esclusivamente da doppie punte, le mani da muratore, i piedi di cartavetro. Strati e strati di trucco sedimentati nel tempo, gambe da wookiee e magari pure le unghie nere e la fiatella. Ci ho preso? Bene, vi giuro che non è proprio così.

C’è però un vezzo al quale non riesco proprio a resistere: l’olio dopo la doccia. Olio di mandorla dolce che mi illudo sia privo di rumente strane, quando in realtà probabilmente con un solo utilizzo ho compromesso irrimediabilmente la salute mie e quella della mia discendenza per le prossime 8 generazioni. Quello che quando te lo spalmi, ungi te stessa e chi/cosa ti sta intorno. Che devi pregare nessuno dei tuoi capelli abbia voglia di cadere, altrimenti te lo ritroverai appiccicato al corpo fino alla fine dei secoli. Ecco, appunto.

Quella volta, con la pelle più secca del deserto del Sahara, decisi di abbondare. Una bella manata di olio su tutto il corpo – che tanto si assorbe in fretta -, fresca di doccia appena fatta. Forse però, ne avevo usato un po’ troppo. Passano 5 minuti: la mia pelle unta e bisunta riflette la luce come gli specchi solari tanto in voga negli anni ’80 e ’90. Passano 10 minuti: il turbante avvolto sulla testa comincia anche un po’ a pesarmi, vorrei asciugarmi i capelli. La mia schiena è più unta di una bistecchiera e la mia chioma fluente al contatto si trasformerebbe in una massa di spaghetti fritti del cinese. Allo scoccare del quindicesimo minuto prendo coraggio: inforco il reggiseno, mi metto le mutande, apro la porta del bagno ed esco: c’è un mondo là fuori che mi aspetta. Mi metto a vagare per casa in cerca delle correnti d’aria, gambe e braccia larghe. Ovviamente in casa io non ho tende e le persiane son belle spalancate.

Cammino tra una stanza e l’altra con andatura lenta come quella di Armstrong sulla luna. Mi guardo allo specchio: sembro una versione parodistica di miss Olympia. Miss Olympia – Pastasciutta Edition. Faccio due pose ed effettivamente pure per me stessa mentre mi guardo lo spettacolo è a dir poco agghiacciante. Oh, un filo d’aria che arriva! Prendimi, sono tua e adesso asciugami come sai fare tu. Faccio per mettermi in posa littoria davanti alla finestra che dà sulla strada quando mi rendo conto dell’inevitabile: la dirimpettaia. La dirimpettaia sul terrazzo che osserva, scruta, studia e, molto probabilmente, ha chiamato la Neuro. Perché questo è il rischio che si incorre abitando in un quartiere fighetto, quando non hai tende e persiane. E dopo quelle pose, effettivamente, un po’ me la ero anche cercata.

Mi guarda. La guardo. Sembra un film di Sergio Leone. La intimidisco. Torna in casa. Mi guardo: sono asciutta. Ricomincio a vivere.

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