Grezzate#4 – La walk of shame

walk of shame

Si definisce camminata della vergogna, walk of shame, il rientro a casa di una fanciulla che, passata la notte fuori, riemerge nel mondo civile all’alba con lo stesso abbigliamento, outfit per i giovani, della sera prima. Magari con il trucco pure sfatto, i tacchi in mano e i collant rotti.

Ecco, trucco sfatto e tacchi in mano no, quello no. Collant rotti men che meno, che ci sono 87 gradi all’ombra, sarebbe da suicidio. Ma la mia marcia trionfale, stamattina, me la sono fatta.

Ero uscita di casa esattamente 12 ore prima, ore 19,50.
Avevo già incrociato troppa gente: il figlio dei vicini con la babysitter in ascensore; la gattara del piano di sotto, nel cortile, chiacchierava col mio padrone di casa. Radiografia in tempo zero, che di solito sono abituati a vedermi in jeans strappati e scarpe da ginnastica improbabili, con il passo elegante di Crash Bandicoot. “Sì, signori, sono proprio io, la stronza dell’interno 23” (cit.). Nei 5 passi fatti dal portone alla macchina, già mi ero sentita troppo osservata dalle zitelle-scopa-in-culo del quartiere. Tra collane e bracciali avevo addosso così tanti ammenicoli da far impallidire il Divino Otelma. Nel mettermeli mi è venuto spontaneo canticchiare la sigla dei Cavalieri dello Zodiaco.

Mattina, ore 7,45.
Raggiante come chi ha passato una bellissima serata, stamattina ho lasciato la casa del signor fidanzato. Monto in macchina e via, si torna a casa, con la mal riposta speranza di trovare posteggio a due passi, due, dal portone. E di non incrociare nessuno, né la gattara, né l’infante, né nessun altro. Ovviamente così non è stato: avevo trovato posteggio a 150 lunghissimi metri da casa. 150 metri che mi separavano dal portone che mi hanno costretta a passare davanti al fruttivendolo, il bar, la parrucchiera, la pizzeria col titolare che stava preparando i panielli per la sera, il panettiere e l’edicola. Occhiali da sole giganteschi come unica difesa, vana, a dire il vero. Mi sentivo osservata come quella volta in cui non sapevo più se ero uscita con le mutande o senza. A proposito, le avevo addosso? “… Sì, ok, ci sono! E se si vedessero in trasparenza? Amen, ormai è fatta”. Da una parte, lo ammetto, ero piuttosto fiera di me stessa: l’orgoglio della piatta che si può mettere un vestito senza reggiseno senza sembrare volgare stava uscendo prepotentemente. Come prepotentemente sapevo campeggiare sopra di me un’insegna luminosa con scritto “Guardatela”, che alle 8 del mattino, così conciata, proprio non mi si poteva vedere.

Dopo aver tergiversato al cellulare per 5 minuti, recuperando le ultime mail di lavoro, sapevo che non potevo più rimanere in macchina. Era l’ora di scendere.

“Ok, ci siamo. Meno male che il vestito è pieno di pieghe e coloratissimo, altrimenti sarebbe trasparente. Che poi oh, con sto caldo senza reggiseno ci sto pure da Dio eh. Ma sono le 8 del mattino. La scarpa? A posto. Maledetta me, potevo portarmi un paio di Birkenstock di ricambio, che ste zeppe a quest’ora manco i viados che tornano a casa. Ok, facciamoci coraggio. Che i sessantacinquesimi Hunger Ga… No, dicevo, che la walk of shame abbia inizio, possa la vergogna sempre essere in mio favore”.

A proposito, questa gif vi ha fatto venire in mente qualcosa?

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *