La teoria del cinese da asporto – Parte II

cinese da asporto

Sguardo da triglia, capelli ricoperti di gel, qualche colpo di sole per sentirsi ancora nei primi anni 2000 con Gabry Ponte e Leonardo Fumarola, profumo di disagio utilizzato al posto del bagnoschiuma. Era un distillato di puro trash in meno di un metro e ottanta. E parlava come Mimmo.


Ecco, in-che-senso…

Dopo la classica frase da rimorchio, ebbe inizio la conversazione più surreale della mia vita.

«No, scusa, cè che sei bbellissima. Però cho n’fijo e…»
Ma esiste un altro infelice al mondo che condivide il tuo corredo genetico?
«No, però cé nun volevo di… È che e come seffosse mjo, ma è da-a fidanzata mia»
Oh, che sollievo, almeno non ha fatto
 danni direttamente.
«È che io n fijo in verità cellò, sta a RRoma, con sua madre»
Ecco, come non detto.
«Però toddetto na buggia, non cho la fidanzata»
Non fatico a crederlo.
«E nun cho manco er fijo, anche se vorrei»
La accendiamo? «Senti, volevo farmi una scopata, non sapere la storia della tua vita»
«Anvedi oh come sei diretta! Nun ce sto abituato!»
«Ecco, sono diretta: m’hai sbracato il cazzo, scusa, ciao».

Avrei potuto dargli le spalle e dirigermi a passo di bersagliere verso il bar per una flebo di Campari liscio, ma il richiamo del trash, del cattivo gusto, era troppo forte. Un po’ come quanto la pigrizia ti assale, hai passato l’intera giornata svaccato a letto a guardare la televisione e pensi bene di ordinare cinese da asporto per chiudere nel peggiore dei modi. Sai già che i ravioli sanno di scoreggia, gli involtini primavera sono stati fritti nel guttalax e il pollo al limone lo avanzerai tutto perché dopo il primo boccone «che sgrassa», gli altri sanno solo di morte e frustrazione. Lo sai perfettamente. Ma ingenuamente pensi che con la salsa piccante e la soia tutto diventi più buono. E ti sbagli clamorosamente. E sai già che anche se il giorno dopo penserai “Mai più”, ci ricascherai nel giro di qualche mese. Il cinese da asporto è talmente orribile da essere indispensabile nella vita di ognuno di noi.

«No, ma fermate ahò, è che vedevo che me guardavi e volevo capì chevvolevi…»
.
«Siamo in una discoteca, ti guarda una tipa: cosa credi, voglia venderti un aspirapolvere?»
«Ahò ma sei popo forte te eh! spetta spetta che ce vengo co’tte, avviso i miei colleghi e ti seguo»
«Oh, colleghi. Che lavoro fai?»
«Carabbbiniere».

Tutto in quel momento acquisì un senso. Tutti i puntini si erano uniti tra loro: me lo immaginai in divisa protagonista dell’infinita quantità di barzellette e freddure con le quali sono cresciuta da bambina, tra lampadine da avvitare, tergicristallo che funzionano «ora sì, ora no» e ghiaccioli verdi gettati via perché acerbi. Era un perfetto elemento da cena dei cretini, un campione mondiale, sarebbe stato troppo stupido anche per fare il tronista di Uomini e Donne.

Salimmo in macchina, la mia, posteggiata esattamente davanti all’ingresso del locale e ci avviammo verso l’unico luogo appartato di mia conoscenza. E mentre nella mia testa fantasticavo su improbabili prese per il culo, lui non smise per un secondo di parlare.

«Taa posso di’ na cosa?»

«Anche due»

«Te sei popo forte ahò, nun ce sto abituato»

«Eh, figurati io…»
«Te piace l’omo en divisa?»


«Sì, in fotografia!»

«Sei dopo forte ahò, mica come l’altre amiche tue che vivono qui… Gente chiusa mamma mia ma chivvesencula?»

Furono i 15 minuti in macchina più lunghi della mia vita.
«Taa posso di’ na cosa?»

«Anche due»

«Blablabla, ahò, bla blabla. Bla bla, ahò…»

(Segue da: La teoria del cinese da asporto)

(Continua la lettura: La teoria del cinese da asporto – Finale)

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *